La circolarità… Un movimento interessante, di cose/persone che si spostano tra punti della dimensione spazio, andando e tornando, ogni volta diversi, ogni volta arricchiti. Due punti (ma anche di più), un soggetto in movimento, una causa (motivazione) ed un effetto (risultato). E’ definita anche come un’esperienza o un processo che si svolge senza fine. Un’esperienza come quella degli uomini e delle donne che si spostano, che migrano.
Da un luogo di partenza ad uno di arrivo, che forse arrivo non è, perché l’arrivo diventa una tappa su cui sostare per poi spostarsi ancora verso un altro (presunto) arrivo o verso un altro (possibile) ritorno. Si migra per varie motivazioni, la prevalente è quella della ricerca di condizioni migliori di vita. La migrazione, fenomeno antichissimo, è un tema sotto i riflettori in questi giorni, con una sempre più accesa e polarizzata visione del fenomeno per cui chiunque è pronto ad ergersi a giudice, pronto a sparare e spargere sentenze su quanto sia giusto accogliere/respingere i migranti. L’Italia è il luogo che gli italiani si ostinano a credere “il paese dei balocchi” per i migranti, come se questa fosse la meta ultima, il punto di arrivo della migrazione. Quando in realtà è sotto gli occhi di tutti che l’Italia è semplicemente più “vicina” all’inferno libico, dal quale si farebbe di tutto pur di fuggire. Di contro (quasi) tutti noi poi archiviamo la migrazione (ci piace più chiamarla mobilità) dei giovani dei paesi del “nord del mondo, che si spostano anch’essi in prevalenza dai paesi ricchi per migliorare le proprie condizioni di vita, per accrescere la propria cultura e la propria esperienza professionale. E il confronto di questa migrazione “bella, arricchente, qualificante” con quella dei poveri e miserabili del mondo lo archiviamo quasi con fastidio pensando che sia da folli comparare la mobilità dei giovani dai paesi ricchi con quella dei migranti in fuga da guerre, fame e persecuzioni. Quasi a sottolineare implicitamente che quest’ultima sia inferiore. Perché anche la migrazione è di serie A o B. Ma se contesto tutto ciò, lo faccio da “osservatore privilegiato”. Io lavoro nell’accoglienza dei migranti. Io ho sentito le loro storie (quando sono stati in grado di raccontarle) e ho visto non solo le ferite e la tristezza ma anche la voglia di riscatto, forte e a volte anche prepotente. E ho visto anche il desiderio di ritornare, non per restare, ma per aiutare chi è rimasto, soprattutto chi è in procinto di partire perché arrivato ad un punto di non ritorno. Si ritorna per cooperare, per condividere le esperienze, con la forza di chi ha un sostegno dai paesi ricchi per portare mezzi e competenze ed offrire opportunità di sviluppo e crescita per chi non ha neanche da mangiare. Io ho conosciuto i migranti (cooperanti) di ritorno, in cui il ritorno è prima verso il paese da cui sono partiti e poi di nuovo verso il paese che li ha accolti. E si innesca questo movimento di circolazione dal quale si ritorna, ogni volta diversi, ogni volta arricchiti…
Gabriella Giunta