BAVIERA. OKTOBERKATASTROPHE PER MERKEL E SPD

Occorre leggere l'esito delle elezioni in Baviera, con la contempranea sconfitta della Csu, partito locale fratello della Cdu della Cancelliera Angela Merkel, e soprattutto della Spd, che raggiungendo un agghiacciante 9.6%, ha conseguito il peggior risultato nella sua lunghissima storia, divenendo il quinto partito (era il secondo) nel Lantag bavarese, con la lente rivolta verso il futuro, certo di Baviera e Germania, ma anche e soprattutto dell'UE che appare, alla luce di tale risultato, irto di incognite, tali da metterne in discussione l'esistenza stessa.


Nella tradizionalmente conservatrice Baviera, nonostante il terremoto e la batosta elettorale subita, la Csu resta saldamente il partito di maggioranza relativa e, sia pure senza eccessivi entusiami perchè costretta dai numeri, potrà deciderre con quale partner governare il Lander.
Ma a Berlino lo scenario che si presenta dopo queste elezioni, che poco hanno avuto di locale ma sono state un test sul gradimento della Grosse Koelitionen guidata dalla Merkel, è per i due contraenti il contratto di governo davvero preoccupante.
Anzitutto per la Kanzellerin che pare ad un passo dall'uscita di scena dopo 13 anni di governo. Ben difficilente riuscirà a reggere il contraccolpo della disfatta bavarese mantenedo in piedi un governo federale fortemente indebolito politicamente. E ben difficilemente potrà succedere a se stessa.
Tuttavia peggio dei lei e della Cdu è messa la Spd.
Il declino del più antico partito d'Europa sembra inarrestabile. Dal 1998 ad ogni tornata elettorale, locale o nazionale, con la sola partentesi del 2013, i socialdemocratici hanno perso costantemente consensi in tutti i Lander. Al punto che in 20 anni, a livello nazionale, la Spd ha visto dimezzati i voti (oltre 10 milioni) passando dal 41% al 20%.
Inevitabilente la crisi della Spd finirà per influire sul già precario stato di salute dei partiti socialisti del resto d'Europa.
Si tratta del partito guida, del maggior azionista del Pse e la sua deriva verso il basso è la conseguenza di alcuni fattori che ne hanno fortemente condizionato l'azione.
Dal 2005, ovvero dall'uscita di scena di Gerhard Schröder, l'ultimo Cancelliere socialdemocratico, il partito non riesce a dersi un'identità definita e una leadership in grado di rinverdire i tempi di Willy Brandt e Helmut Schmidt.
In particolare il binomio Schulz-Gabriel si è segnalato per una gestione grigia, incapace di interpretare e governare i mutamenti legati alla globalizzazione che inevitabilmente hanno investito anche la Germania,certo la locomotiva d'Europa, ma alle prese con l'irrisolta questione dell'integrazione dei Lander della ex DDR (dove la Spd non è mai riuscita a sfondare), divenuti terreno di coltura per l'insorgere di forze politiche populiste, se non scopertamente neonaziste, che anno finito per attecchire nel resto del Paese anche in relazione all'espolodere della questione migranti.
In questi anni la Spd ha dato di sè l'immagine di un partito fin troppo accondiscendente, supino alle politiche della Merkel al punto che una parte considerevole del partito, guidata dal leader della Jusos, la potente organizzazione giovanile del partito, Kevin Kühner ha vanamente tentato di bloccare nell'ultimo congresso nazionale il contratto che ha portato alla formazione della Grosse Koalitionen.
Quello stesso Kühner che oggi, all'indomani dello schianto bavarese dichiara senza mezzi termini: "Voglio sapere come la Spd intende uscire da questa situazione.Jusos aveva rifiutato l'alleanza con la Cdu e se oggi si pensa di andare avanti con questa coalizione di Governo si commette un grave errore".
Quella del presidente dei giovani socialdemocratici tedeschi non resterà probabilmente una voce isolata e la neoleader del partito Andrea Nahles che per ora si è limitata ad annunciare "un'attenta analisi del risultato", non potrà non tenerne conto e decretare la fine del contratto con la Cdu e, verosimilmente il passo d'addio della Kanzellerin.
La oktoberkatastrophe bavarese della Spd è comunque l'ultima casella di un effetto domino che da un trentennio, pur con apparenti stop, si è prodotta nell'ambito delle socialdemocrazie europee.
Iniziato con quello che ormai tutti (o quasi) gli storici definiscono un deliberato attacco per via giudiziaria ai socialisti italiani circondato dal silenzio assordante dei partiti europei fratelli (solo il portoghese Mario Soares ne intravvide in prospettiva la pericolosità), è proseguito lento ma inesorabile con lo tsunami che ha travolto il Pasok greco, e il conseguente declino, fatta eccezione del partito lusitano, dei partiti socialisti mediterraranei, mediante il forte rideimensionalemto elettorale del Psoe ed il crollo verticale dei socialisti francesi, fino ad arrivare al recente forte arretramento dei socialdemocratici scandinavi.
A questo stato di cose la Spd, il maggior azionista del Pse, non ha saputo opporre altro che una leadership a lui genuflessa, debole e incolore rappresentata negli ultimi anno da un esponente del partito bulgaro, nato come tutti i partiti dell'est europeo (e dell'Italia), da un frettoloso restyling dei partiti comunisti e dunque non privo di fragilità, circondato da un sinderio di burocrati, del tutto inadeguato a far fronte al turbinoso succedersi di eventi di natura globale che hanno investito il Vecchio Continente, producendo  lacerazioni nell'elettorato di riferimento che,infatti,oggi guarda altrove.
Inutilmente in questi anni alcuni partiti affiliati al Pse hanno tentato di invertire la rotta, chiedendo un congresso staordinario allo scòpo di ridefinirne la mission.
L'impressione è che, dopo il disastro bavarese, alle prossime europee del 2019, salvo miracoli che oggi paiono davvero improbabili, i socialdemocratici pagheranno un ulteriore e pesante dazio elettorale ai populisti e ai demagoghi,che come dimostra l'entusiasmo dell'ineffabile Giggino Di Maio, si aspettano, con i sovranisti, un larga messe di consensi.
Sarà forse un'utile lezione che imporrà a tutti un cambio di passo, di prassi e, finalmente, di leadership.
E,purtroppo, anche l'inizio di una camminata nel deserto.
(E.P.)