Dopo più di due settimane di pacifiche proteste popolari il presidente uscente, al potere da 20 anni, ha comunicato agli algerini che non si ricandiderà alle prossime elezioni di aprile. Che però sono state fatte slittare di un anno. Una concessione che servirà ai “clan” che esercitano il potere a preparare un “dopo Bouteflika” in grado di garantire loro continuità. In mezzo, un’ondata di manifestazioni popolari che il paese non conosceva dall’ottobre 1988. Allora venero represse nel sangue dall’esercito, ma aprirono al multipartitismo senza un vero cambiamento del sistema del potere. Oggi sono rimaste pacifiche con una richiesta precisa: un vero cambiamento e non solo la rinuncia alla rielezione del presidente. Bouteflika, nel frattempo ricoverato a Ginevra per un controllo dopo l’ictus che lo aveva colpito nel 2013, faceva infatti diffondere un comunicato in cui prometteva, se rieletto il 18 aprile, di convocare una conferenza nazionale con l’obiettivo di modificare la Costituzione, da sottoporre a referendum, e di fissare la data di elezioni presidenziali anticipate, cui prometteva di non partecipare. Inoltre in un solo giorno dal suo rientro da Ginevra, il presidente ha nel giro di un’ora diffuso il proprio comunicato, ricevuto in successione il capo di Stato maggiore, generale Gaïd Salah, il primo ministro Ahmed Ouyahia, che ha rassegnato le sue dimissioni, i due ex ministri Nouredine Bedoui e Ramtane Lamamra, nominandoli rispettivamente primo ministro col compito di formare un nuovo governo. Ieri, una dozzina di organizzazioni dei diritti umani e dei sindacati autonomi ha diffuso un comunicato in cui si evidenzia che le proteste popolari sono viste come un’occasione unica per uscire dall’attuale sistema autoritario, purché rimangano in un quadro pacifico.