All'alba del 28 dicembre, quasi in segreto, è stata rimossa dalla piazza del Parlamento a Budapest la statua di Imre Nagy (foto), capo della rivoluzione ungherese del 1956.
Gli esponenti del governo di Viktor Orban, l' amico di Matteo Salvini, più volte hanno bollato Nagy come "un comunista dei peggiori", accusandolo di essere collaboratore del Kgb sovietico durante lo stalinismo, mentre nella memoria storica degli ungheresi Nagy, condannato a morte e giustiziato nel 1958, è un martire della rivolta.
Al posto della statua sarà ricostruito un monumento dell'epoca antecedente la seconda guerra mondiale consacrato alle vittime del 'terrore rosso' del 1919. Il cambio fa parte della lotta culturale ed identitaria del governo Orban contro i valori del liberalismo e della sinistra ungherese. "Orban ha allontanato l'università Ceu (fondata da George Soros n.d.r), i tribunali imparziali, oggi il monumento di Imre Nagy, e quando sarai tu il prossimo?" chiede una nota di protesta del partito democratico, in opposizione.
Nagy, nato nel 1896 a Kaposvár, è considerato un eroe nazionale. Soldato dell'impero austroungarico, venne fatto prigioniero durante la Prima Guerra mondiale dai russi. Proprio in Russia si avvicinò al bolscevismo e finì per essere arruolato nell'Armata Rossa. Finita la guerra rientò in patria, poco dopo la caduta di Bela Kun e la messa fuori legge del Partito comunista ungherese. Così venne esiliato. Si trasferì in Urss e lavorò nella sezione ungherese del Comintern. Nel 1944 tornò in Ungheria dove, nel governo provvisorio, venne nominato ministro, prima dell'Agricoltura poi degli Interni.
Critico nei confronti della linea del Partito guidato da Matyas Rákosi, Nagy venne costretto nel 1949 all'autocritica. Dopo una parentesi di insegnamento, tornò alla ribalta nel 1953 quando i successori di Stalin lo scelsero per guidare il governo dopo Rakosi. Nagy incarnò così il cosiddetto Nuovo Corso. Gli equilibri in URSS però cambiarono velocemente e Rakosi si prese la sua rivincita. Nel 1955 Nagy fu costretto alle dimissioni, finendo espulso dal partito. Tornò però alla guida del governo con la rivoluzione del 23 ottobre 1956. I rivoltosi chiedevano il multipartitismo e l'uscita dell'Ungheria dal Patto di Varsavia. Nagy cercò di mediare tra Mosca e le richieste degli ungheresi, ma alla fine si schierò con il popolo. I sovietici invasero Budapest il 4 novembre 1956 con circa 200 mila uomini e 4 mila carri armati. Nagy con i suoi collaboratori si rifugiò nell'ambasciata jugoslava. Venne però prelevato dai russi. Trasportato in Romania fu fatto rientrare segretamente in patria per essere condannato a morte nel 1958. Nagy fu riabilitato con un funerale di Stato dopo la fine del socialismo nel Paese, il 16 giugno 1989.