IL FRATELLO DI LUCA

Tanto tuonò che piovve. Marco Minniti ha opposto il gran rifiuto. Non sarà candidato segretario del Pd alle primarie che si svolgeranno il prossimo anno. Preceduto da sussurri poi da grida il nyet dell' exministro dell'interno è arrivato al termine di una giornata, raccontano i retroscenisti, in cui i colonnelli renziani hanno cercato in ogni modo di dissuaderlo dal ritiro.
In verità, sin dall'inizio della telenovela, era parso che per Minniti la candidatura fosse l'equivalente di una purga. Si aspettava un chiaro endorsement da Matteo Renzi che, forse promesso, non è mai arrivato, mettendo l'ex pupillo di Massimo D'alema nella condizione di essere il maggior competitor di un altro cavallo della scuderia postcomunista (Zingaretti) senza avere una base di voti di partenza rassicurante.
Ieri, in altre parole, si è consumato l'ennesimo psicodramma di un partito che sta giocando un risiko autoreferenziale.
Giorno dopo giorno seguitano ad emergere le magagne di un partito costruito sul nulla identitario, che in 10 anni di vita è riuscito,per vare ragioni,a perdere milioni di voti senza che un gruppo dirigente meno che mediocre fosse (e sia) in grado di interrogarsi e capire come porre fine ad una emorragia costante di consensi.
Salvo imprevedibili sorprese dunque Nicola Zingaretti sarà il prossimo segretario nazionale del Pd.


La dura lezione dello scorso 4 marzo non sembra essere servita: il congresso del Pd si celebrerà dopo le primarie, oltre un anno dopo le elezioni. Un anno trascorso invano in consideraione del fatto che i protagonisti del dibattito precongressuale sono i medesimi che hanno gestito partito e gruppi parlamentari nell'ultima legislatura e le modalità che costituiscono la road map congressuale sono identiche a quelle passate. A campagna non ancora aperta il vantaggio di Zingaretti sembra già incolmabile e il ritiro di Minniti trasformerà i gazebo nella solita mobilitazione per un rito di nessun valore se non quello di una propaganda priva ormai di qualsiasi appeal.
Rientreranno nel Pd con la loro albagia gli scissionisti di Leu e Nicola Zingaretti otterrà un risultato rotondo che gli consentirà di essere proclamato segretario senza passare per l'Assemblea nazionale.
Fino a qualche mese Nicola Zingaretti era noto ai non addetti ai lavori, soprattutto per essere il fratello del celebre Luca, l'interprete del Montalbano televisivo. Asceso ai vertici del Pd capitolino grazie alla sua appartenenza al cenobio veltroniano animato e gestito da Goffredo Bettini, ha scalato in pochi anni i vertici del Pd romano e laziale. Già segretario nazionale della sinistra Giovanile poi consigliere comunale, poi Eurodeputato, poi presidente della provincia di Roma, nel 2013 era pronto per la candidatura a Sindaco della Capitale ma optò per la presidenza della Regione Lazio, subdorando probabilmente i rischi che avrebbe corso nella veste di primo cittadino. Rieletto per un pugno di voti presidente della regione nel 2018, grazie alla divisione del centrodestra, ha annunciato dopo poche settimane la sua candidatura alla segreteria del partito. Un cursus honorum il suo da zelante e accorto funzionario del vecchio Pci.
Con la sua segreteria è facile supporre che, ancorché celate sotto la ben nota retorica veltroniana, ritorneranno in auge le prassi e le modalità che caratterizzarono il Pds, con svolte di facciata e non di sostanza che renderanno il partito un piccolo clone del vecchio Pci, soprattutto in tema di tentazioni egemoniche nel centrosinistra.
Che una siffatta operazione politica restaurativa riesca è lecito dubitarne.
Occorrerà attendere le mosse di Matteo Renzi che continua ad avere un seguito consistente, fuori e dentro il Pd.
Ma codesto è un altro tema.